Progetto Almax

15112015

2013 Novembre - Scrittrice - LAURA DE BENEDETTI

Ciao Laura, ti ringraziamo per la partecipazione su Almax Magazine di cui siamo onorati. Il mondo che descrivi è davvero quello che ritieni giusto? A parte il titolo, che sembra già un'asserzione, in realtà io, nel delineare questo mondo, non esprimo giudizi: sta a chi legge decidere se considerarlo un'utopia o una distopia, una società a cui aspirare o da temere. Di certo, però, ribaltano i ruoli di genere, ponendo le donne a guidare l'evolvere della società e gli uomini in un ruolo paritario negli enunciati ma disegualitario nei fatti, la mia ambizione è provocare una riflessione. Siete convinti che oggi uomini e donne abbiano pari dignità? E allora perché le donne, semplicemente calandosi nei panni che sono oggi degli uomini, appaiono così prevaricatrici? E ancora: quali sono le cause che provocano discriminazioni anche se uomini e donne appaiono uguali di fronte alla legge? In fondo il “giusto mondo” dimostra che, anche nelle società in cui il ruolo della donna è più paritario, come ad esempio quella americana, si tratta in realtà dell'adeguamento del femminile al modello maschile, di un'identificazione nell'identità maschile più che della valorizzazione delle specificità dei rispettivi generi. Tu invece sei andata proprio a rivoltare le basi della mentalità – le più inconsce e scontate! Per giunta con un’apparente nonchalance – non come l’argomento principale ma come lo sfondo della storia! Questo è stato forse l'aspetto più difficile nella costruzione del romanzo: trattare un poliziesco, un'indagine su un femminicidio facendo comunque trasparire gli elementi chiave che denotano la predominanza di un genere rispetto ad un altro. Ossia: nelle parole della Santa Madre della Chiesa che predica la verginità come indipendenza della donna rispetto all'uomo, nelle pubblicità sessiste, nei “luoghi comuni” (ad es. le donne sono dotate di sesto senso, gli uomini sono solo in grado di riparare lavandini, sono privi di empatia, sono troppo violenti), nelle fiabe raccontate alle bambine (dove sposarsi è la peggiore delle sorti), nel linguaggio (al femminile, imprecazioni comprese) e nel sistema sociale che fa fare carriera solo alle donne che sono madri (anziché penalizzarle, come avviene oggi) impedendo, di fatto, agli uomini di accedere alle cariche più alte, nella richiesta di quote azzurre, nei club esclusivi per sole donne e nella prostituzione maschile, nella vita delle agenti di polizia e nei rapporti con i rispettivi compagni, nella storia di questo 'giusto mondo' scritta solo da quella che è, in sostanza, una società matriarcale. C'è stato chi mi ha detto: “Hai solo ribaltato i ruoli ma noi donne non saremmo così cattive”! Fermiamoci un po’ sul linguaggio al femminile: uno dei tratti più curiosi del libro! Alma Sabatini, linguista, figura storica di femminista, nel 1987 ha scritto, per la Presidenza del Consiglio dei Ministri, le “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” che, pubblicate ancor oggi sul sito del ministero delle Pari Opportunità, non hanno mai trovato però applicazione. Lei, 26 anni fa, spiegava che, tecnicamente, ministro si traduce in ministra, sindaco in sindaca, avvocato in avvocata e così via. Eppure oggi facciamo ancora fatica ad usare queste espressioni perché la parola declinata al maschile appare più prestigiosa, di potere. Lei però evidenziava anche la falsa neutralità del maschile nella lingua italiana, ovvero del ricorso al maschile anche per le forme generali e neutre, quando non si fa riferimento specifico a qualcuno. Io nel romanzo non mi sono appropriata solo delle 'traduzioni' al femminile delle professioni ma ho anche sperimentato il linguaggio al femminile per il neutro, dicendo ad es. “in questa stanza non c'è nessuna”, oppure “hai delle figlie”? L'effetto è devastante perché si ha l'impressione che gli uomini, puressendo presenti con dei personaggi, siano cancellati dallo sfondo. Proprio ciò che accade a noi donne, senza che ce ne sia consapevolezza. Per cui, almeno, dato che le parole sono alla base dei nostri processi cognitivi sin da bambini/e, se siamo, ad esempio, architette, chiamiamoci al femminile (come già hanno fatto le operaie!) e ridiamoci dignità e un ruolo nel mondo. Cosa pensi allora delle donne che oggi si sentono offese nell'essere chiamate poetesse, scrittrici ecc. e considerano più valorosa la definizione al maschile? Collaboratrici? Traditrici? Chi fa così è perché, ritengo, sia inconsapevole dell'importanza del linguaggio e sia legata alla figura di potere patriarcale. Anche Susanna Camusso, elevata ai vertici della Cgil, ha preferito continuare a farsi chiamare “segretario generale”, forse temendo di venir scambiata per colei che deve portare il caffé al capo. Un altro particolare del tuo linguaggio: i nomi dei personaggi sembrano avere le origini più svariate. Non si capisce bene dove si svolge la storia. È una cosa voluta? Di proposito ho evitato di indicare un luogo e ho usato nomi appartenenti a culture diverse: volevo che il lettore potesse sentire proprio il giusto mondo qualunque fosse il suo background. La prima e l'ultima scena del libro sono rappresentate attraverso gli occhi e i pensieri di Emma – possiamo dire che è lei la protagonista? Sì, lei, forse insieme alla vittima. Di certo il romanzo segue due storie parallele intrecciate tra loro: l'indagine sul femminicidio, dalla seconda alla penultima scena, e la decisione di Emma riguardante la maternità, con tutte le implicazioni emotive e sociali, che, come dici, apre e chiude il romanzo. Introduci delle idee innovative di carattere sociale o scientifico (tipo la pillola colorante che non ho capito bene cose sia!) – per te questi sono dei buoni propositi per il nostro mondo o solo delle conseguenze logiche della struttura immaginata? Ho cercato di attenermi al semplice ribaltamento dei ruoli ma, immaginando una società matriarcale, in cui la maternità, unico vero tratto distintivo tra uomini e donne, viene enfatizzata, alcune differenze erano inevitabili. Mi sono chiesta: se le donne fossero al potere e considerassero scarse le attitudini emotive degli uomini, a chi affiderebbero la cura dei bambini? Così, oggi in cui io stessa fatico a trovare un momento di dialogo con i miei vicini per la differenza di orari, il fatto che anche noi donne lavoriamo e il tempo è tiranno, mi è piaciuto immaginare caseggiati (palazzi o villette a schiera) in cui fosse predisposta, già in fase di costruzione, un sala comune dove le donne, con turni settimanali dati per scontati dal sistema sociale, si dedicassero alla crescita (in orario extrascolastico) di tutti i bambini che vi abitano, favorendo anche momenti aggregativi tra gli adulti. Poi sì, ho anche ipotizzato tinte per i capelli a base di pillole, senza bisogno di tiranniche tinture. Così come ho introdotto il kit per l'autoinseminazione: è l'elemento più “futuristico” e magari sgradito: le donne sembrano così di poter fare a meno degli uomini. In realtà per me introdurre questa “forzatura” è stato certamente un elemento utile per tratteggiare una società matriarcale che vuole essere sempre più “vergine” rispetto alla componente maschile, ma rappresenta anche l'elemento più “emotivo”. Quante donne, oggi, perché hanno compiuto la scelta di essere single o perché non hanno trovato la persona giusta con cui condividere l'esistenza (non essendo più obbligate moralmente a sposarsi) o perché non hanno un lavoro o hanno salari troppo bassi, rinunciano alla maternità? Troppe. Lo vedo tra amiche, conoscenti, così come sento raccontare di compagni “che non si sentono pronti”. E intanto gli anni passano. La maternità non deve essereun obbligo ma è un vero dramma rinunciare ad un'esperienza così assoluta perché non si è potuto cogliere quell'attimo fuggente. Ho voluto che le donne, nel giusto mondo, potessero compiere la scelta della maternità nel momento in cui si fossero sentite pronte. Questa analisi attenta denota la giornalista che è in te. È vero, faccio la cronista da 24 anni. Da 15 anni lavoro per il quotidiano Il Giorno come corrispondente dal Lodigiano. E' un'esperienza di scrittura e di vita. Un lavoro totalizzante e impegnativo: ogni giorno sei in balìa degli eventi... Credo che questa professione sia scaturita dalla mia curiosità verso il mondo, dal fatto di volerlo capire e interpretare senza però mai esserne protagonista. E dopo 24 anni di cronaca hai scritto un libro di narrativa. Come è stato cambiare genere? La scelta, attorno ai 40 anni, di mettermi in gioco e scrivere il romanzo ha comportato due novità nella mia vita: ritrovare il piacere estremo della scrittura emotiva, fluida, meno da “quattro articoli al giorno da redigere in tempi ristretti”. Il romanzo, dopo una 'gestazione' interiore e appunti presi su un libricino mentre mi trovavo ovunque, è poi 'sgorgato' da me in tempi piuttosto rapidi, che però dovevo limitare al mio unico giorno libero durante la settimana. Più difficile è stato poi presentarlo: dopo tanti anni passati ad ascoltare mi sono trovata più volte 'protagonista' su un palco o davanti ad un pubblico: è stato come saltare un fosso, andare dall'altra parte. Mi ci devo ancora abituare. Ma il rapporto col pubblico mi piace, cerco sempre di lasciare l'opportunità di fare domande dopo aver introdotto gli argomenti di fondo. Ho visto una cronista anche nel tuo modo imparziale di presentare i comportamenti discutibili di alcuni personaggi. Non li giudichi, forse inviti il lettore ad interpretarli secondo il proprio criterio. In altri momenti invece parli con una chiara simpatia! Ecco, mi sembra che nel tuo libro non ci siano i “buoni e cattivi”, ma i descritti con calore – o con imparzialità. Confermi? Questa impressione mi fa piacere. Ho teso all'imparzialità e in questo, certo, l'imprinting del mio lavoro, mi ha aiutato. Temevo però talvolta di essere stata troppo 'cattiva', ad esempio con ciò che subisce l'uomo che già era stato condannato per stupro. Volevo mostrare il concetto che fosse il colpevole a dover stravolgere la propria vita, lasciando quartiere o città in cui vive e sopportando il peso dell'immoralità di ciò che ha fatto, anziché, come spesso avviene, la vittima. Spero di essere riuscita invece a far scattare la simpatia nei confronti delle poliziotte-protagoniste così come della vittima che, in quanto tale, è senza voce. È importante, per chi legge, provare empatia per qualche personaggio. La storia si fa più coinvolgente, si desidera saperne di più, magari leggere un seguito. E ci sarà un seguito? Il giusto mondo è nato come idea di una trilogia. Ho aperto il tappo e lasciato sgorgare degli spezzoni di due idee diverse. Poi quando sono cominciate le presentazioni in giro, accavallandosi con problemi familiari come l'Alzheimer che ha colpito mia nonna, ho rimesso il tappo alla bottiglia, ma delle bollicine fermentano dentro di me: non appena possibile le lascerò fuoriuscire e decantare, augurandomi che poi appaghino il gusto del lettore. Che pensi dell'editoria italiana?Per tre anni circa ho cercato (con pochissimo tempo a disposizione) un editore interessato alla pubblicazione che non mi chiedesse soldi. Avevo deciso: niente autopubblicazioni, piuttosto lo lascio in un cassetto. Purtroppo l'editoria versa in uno stato di crisi e non è capace di rinnovarsi, dando l'impressione di raggomitolarsi sempre più su se stessa, su pochi autori o generi. Le autopubblicazioni da una parte possono far emergere chi viene tagliato fuori da questo sistema 'chiuso' ma stanno anche provocando un'invasione di “fai da te”. Cosa consiglieresti agli scrittori emergenti?Tante letture, tanta consapevolezza. Poi, come in tutte le cose, ci vuole anche un po' di fortuna. Grazie da Almax Magazine per la cortesia e la disponibilità. Con affetto e Stima. [Intervista di: Veronica Liga]   

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