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Settembre 2019 "Lettera a Te, Donna". di Xena Zupanic

LETTERA A TE, DONNA.

Non ti ascoltava nessuno e tu per prima non udivi te stessa.

Le tue oscillazioni interne erano mute, le eccitazioni mutilate, sospese nell’incertezza di un corpo smarrito. L’udire è un vedere all’interno, la coscienza più internamente interna di tutte le coscienze. Con il lembo esiguo, appena vegeto della tua anima inanimata, sentivi: il tuo dire è taciturno, l’udire divorato, il discernimento distorto fino alla degradazione cosmica dell’energia intima, una colpa personale non perdonabile.

Notavi il tuo corpo smunto, opaco, profanato fino alla malvagità, un microcosmo disgiunto dal macrocosmo, una materia sottile privata d’ogni traccia di una nobiltà celeste. Un corpo caverna, un nascondimento, una chiusura senza fessura, senza luce alcuna.

Eri spenta: nessuna eterna unità che s’incendia diventando l’Amore perché vi (ve) non era qualcosa da amare.

Eri dannata: il tuo fuoco amoroso staccato dall’unità salvifica ha perso la sua proprietà. Dove era il tuo lampo di splendore che ha l’origine nel contatto tra la grande asprezza angoscia e l’unità?

L’unità è dolce e silente, l’asprezza dura irrequieta è terribile, una base della pena.

Mi visiti nel sonno: le tue mani bianche, esangui, come le (i) lenzuola funebri, protratte verso il mio viso pallido, provengono da un altro mondo, dal mondo dei morti viventi, indifferente alla luce diurna. Mi sveglio di soprassalto e sento la tua ferita a sanguinare. Lievemente alzi le mani in alto senza proferire alcuna parola. La monade muta, dedita alla vita mai vissuta.

Percepisco il tuo cuore in alto, il viso emaciato, le labbra tumefatte e i battiti deboli, come la pioggia timida, primaverile. I tuoi occhi scrutano il senso della parola tra le mie labbra, la parola che vuole incarnarsi, diventando il tuo sostegno ultimo. La proferisco mentre mi guardi stupefatta, come se fossi una divinità scesa dall’alto.

Il sonno. Il sonno di nessuno sotto tante palpebre.

Perché Dio fece scendere su Adamo un sonno profondo quando estrasse la donna dalla sua costola? Perché il primo uomo fu un assassino? Perché il primo uomo, nato da una donna, fu un assassino?

La tua presenza e il mio sogno: crescono, lunule bianche sotto le tue unghie di madre perla a dismisura, il tuo seno straripa travolto dal latte celeste, interminabile. Le lunule piene come le mongolfiere sature di elio, l’Helios greco, alzano il tuo corpo straziato. Via, via da qui! Altri sentieri, altre vite sbocciano.

Ti ho lasciato una rosa, una rosa senza un perché, bianca o rossa?

“Chi sono?” – mi domandavi. “Che cosa voglio veramente?”

Essere niente in mezzo alla gente, o niuno al perenne digiuno?

Ti ho lasciato una rosa, una rosa senza un perché e tu, donna, mi scivoli accanto.

Raggio di un ago e di orchestre tempestose 

Albero della gomma

Favo inchiodato al soffitto della sera

Casa di spettri a forma di guanto

Lingua di fuoco di un fiammifero e linguetta

Di bilancia

Abbeveratoio della luna

Ti ho lasciato una rosa. Bianca o rossa?

Una rosa che non ti sveglierà mai. 

XENA ZUPANIC

 

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