Progetto Almax

15112015

2014 Ottobre - Scrittore - GIUSEPPE SANTABARBARA

ALMAX MAGAZINE

Ciao Giuseppe, ti ringraziamo per la partecipazione su Almax Magazine di cui siamo onorati. Chi è Giuseppe Santabarbara? Una persona che ha fatto molte esperienze, anche se è rimasto fondamentalmente legato alla scuola: docente di scuola elementare, di scuola media, dirigente. Sindacato, associazionismo culturale in genere, partecipazione alla vita culturale e politica (per cinque anni membro del comitato culturale della città di Caserta, con mansioni specifiche nel campo dell’arte), con una discreta esperienza nel mondo dell’organizzazione (congressi ed altro) e un breve periodo giovanile nelle ferrovie dello Stato con la qualifica di capostazione. Amante della montagna e dell’arte, dei viaggi… Dove ha inizio la sua avventura. Nelle letture. Nell’osservazione attenta della realtà. Nel cogliere atteggiamenti, sfumature, capacità delle persone, nella vita sociale. Ha sempre amato leggere e scrivere? Ho sempre amato leggere (a vent’anni avevo letto quasi tutto della letteratura italiana) e sognare, immaginare storie e personaggi che non trovavano però mai una loro vita. Ho letto e continuo a leggere di tutto, dai fumetti al rosa, all’horror, alla fantascienza, alla scienza… Ho scritto inizialmente per me, come tanti. Ho cominciato a scrivere o riscrivere per pubblicare, che è molto diverso dallo scrivere per scrivere, una decina d’anni addietro. La sua famiglia come ha accolto la passione che rappresenta? Ho una moglie che mi sostiene, che mi rende possibile dedicarmi a queste cose, che mi consiglia e incoraggia. D’altra parte, è il mio editore, con la sua Brignoli Edizioni. Ci parli della sua prima opera. Ho pubblicato Tetractys, dieci racconti (da qui il titolo) che oscillano tra il fantasy e l’horror, molto diversi fra di loro e che vanno dalla paura che nasce dai condizionamenti a cui tutti siamo sottoposti, al sogno, alla realtà esistenziale, alla fantascienza. Sono piaciuti. E ciò mi ha incoraggiato a continuare. Qualche anno addietro ho pubblicato il mio primo romanzo, Il Cerchio, che racconta di una strega del Cinquecento che si reincarna in una sua discendente, nel 2008. Un’opera alquanto complessa, con diversi personaggi principali (la protagonista, Francesca, il marito, una giovane dell’albergo in cui sono alloggiati, il parroco e Antonio, un anziano cantastorie) e molti altri, più o meno importanti. In che modo nascono e si sviluppano i suoi racconti? Nascono dalla vita e dall’immaginare elementi capaci di condizionare la vita stessa. Lo sviluppo? Non è pienamente ipotizzabile all’inizio. È la storia che si scrive, che ti indirizza, che ti costringe a pensarla, a viverla in una certa maniera. Cominci con un’idea e ti ritrovi dove non avresti mai pensato di giungere. Se dovesse giudicare oggettivamente i suoi scritti, che cosa classificherebbe come punti di forza e punti deboli? L’aderenza alla realtà. Mi spiego. Ritengo che una storia debba necessariamente essere coerente, logicamente impostata. E che il linguaggio debba essere legato al personaggio. Non si può far parlare, ad esempio, una ragazza incolta con un linguaggio uguale a quello di un erudito.  Un secondo elemento di forza potrebbe essere individuato nella psicologia dei personaggi. Un terzo nella ricerca di un linguaggio senza inutili appesantimenti culturali. Ma non potrebbero essere, questi, dei punti deboli? Ha progetti futuri? Impossibile non averne: la pubblicazione di romanzi e racconti. E l’incontro con dei giovani che vogliano intraprendere il difficile percorso dello scrittore. Sogni particolari? Di scrivere un romanzo che possa coinvolgere pienamente il lettore, che lo inviti a pensare, che lo renda migliore e che lo diverta, che gli faccia venir la voglia di rileggerlo, appena finito. Qual è il libro di cui avrebbe voluto essere lo scrittore? Indubbiamente Il nome della rosa di Umberto Eco. Un libro che ti cala in un mondo molto diverso dal nostro, ti coinvolge, ti fa respirare il Medio Evo (un’epoca che a me piace molto). Forse, qualche pagina… Anche qualcuno di Stephen King. Tra tutti i personaggi che ha inventato, quale le assomiglia di più? Non saprei. In tutti i personaggi di una storia ci ritrovi l’Autore, per quanto egli voglia distaccarsi e oggettivare il suo pensiero. E credo che, nell’insieme, i personaggi possano dare un’idea precisa di chi li ha creati.. Di quale invece va più fiero? Quale è il suo eroe? Non ci ho mai pensato, perché li amo tutti, dal momento che ognuno fa la sua parte come deve farla. Per dare comunque una risposta, credo sia Antonio, il vecchio cantastorie del romanzo Il Cerchio, che rimane ai margini del racconto ma che ne è, in fondo, il protagonista. Ma non è un eroe, è un uomo, con le sue debolezze, i suoi sogni. Quale rapporto esiste tra l'autore ed i personaggi? Come ho già detto, i personaggi sono l’autore che li costruisce per quanto più oggettivamente possibile ma sempre secondo il suo modo di concepire la vita e le sue esperienze. Quanto tempo dedica alla scrittura nella sua vita privata? Poco, in fondo. Perché preso da tante altre cose. Ma se mi chiudessi alla vita reale, finirei per chiudermi ad esperienze che sono sempre diverse. Finirei per scrivere sempre le stesse cose. E a me piace cambiare. Ha mai rinunciato a qualcosa per scrivere? Stavo per rispondere no e poi… sì, talvolta rinuncio al sonno. Cosa consiglierebbe ad un giovane che volesse pubblicare un suo libro? Di rileggerlo, controllando la logica e la credibilità della storia, la coerenza dei personaggi (comportamento, discorsi…), la rispondenza della lingua alle situazioni varie in cui ci si trova nella realtà. Gli consiglierei inoltre di affidarsi ad un editore che faccia fare un valido editing. Chi scrive non si rende conto di eventuali sviste o incongruenze in ciò che scrive. Quale è la più grande difficoltà nella costruzione del libro? Non è difficile inventare una storia ma scriverla rendendo pienamente gli stati d’animo, le situazioni, il linguaggio. Per quanto riguarda me, ho dovuto compiere uno sforzo per liberarmi dello “scolastichese”. In effetti, con la lingua, occorre giocare, divertirsi, scegliere termini appropriati, gustare le parole. In che modo sceglie i titoli? Ahimé! Creare un titolo è molto più difficile che scrivere un testo. Occorre tener conto di tante cose, come colpire l’immaginazione di chi va in libreria, creare delle aspettative sul contenuto… Cosa si prova quando l'autore giunge al termine della stesura? Soddisfazione, gioia e… senso di incompiutezza. Solo quando il racconto è finito, ti accorgi di ciò che avresti potuto scrivere, di una piega diversa da dare alla storia… Quale genere letterario la identifica? Non saprei. Toccherebbe ad altri incasellarmi in schemi predeterminati. Io mi diverto, scrivendo una storia, e mi piace immaginare senza limitazioni di tempi e di spazi. Non mi piacciono gli scrittori che, scovato un filone che incontra il favore del pubblico, ne rimangono definitivamente invischiati. Ha mai ricevuto critiche negative o costruttive? Se sì, in che modo le sono state di aiuto? La critica intelligente, positiva o negativa che sia, ti fa crescere, ti fa guardare più a fondo le cose. E questa critica la cerco prima della pubblicazione, proprio per meglio definire la mia storia, migliorarla. Se potesse cambiare qualcosa nel suo percorso, cosa cambierebbe?Nulla. Mi piace essere così come sono, sulla base delle esperienze di vita che ho maturato. Quanto la sua storia privata e reale influenza i suoi scritti?Come ho più volte accennato, tantissimo. L’importante è però che non ci si lasci invischiare dal proprio modo di pensare e che gli scritti siano, per quanto più possibile, oggettivi. A quando l'uscita della sua prossima opera? Credo ai primi mesi del prossimo anno. Si tratterà di un romanzo ambientato nel nostro tempo, a Roma. Uno spaccato della vita quotidiana, con una particolare attenzione ai personaggi che la animano. Il titolo? Ancora non c’è. Il sottotitolo potrebbe essere: “Quanti omicidi sono contrabbandati per incidenti?”. Ma è un romanzo, non una statistica. Cosa sono per lei i libri? Che cosa dovrebbero trasmettere a chi si avvicina alla lettura? Come vede il futuro dei cartacei? Qualcosa di essenziale. Cosa sarebbe la vita, senza la capacità di sognare, di immaginare di inventare? Senza, cioè, un libro?  E che cosa dovrebbero insegnare, i libri? Ad amare la vita, in tutte le sue forma e le sue espressioni, a guardarsi intorno, a cogliere le essenze, a definire dei valori. Io credo che il libro sarà sempre importante. Soprattutto cartaceo. Si pensi a quanto è bello tenere in mano un libro, girare le pagine, sentire sotto le dita il fruscio della carta, respirare il profumo della stampa. Diventa, il libro, un qualcosa di tuo, rientra nei tuoi vissuti materiali oltre che di pensiero. Tutto questo, il digitale non potrà mai dartelo. Un piccolo saluto ad Almax Magazine(e mandatemi la foto di un autografo con dedica) Sono molto grato ad Almax Magazine di questa intervista che ha affrontato tanti aspetti del lavoro dello scrittore che andrebbero approfonditi e opportunamente divulgati.Soprattutto perché traspare, dalle domande, un amore vivo per il libro e la lettura e, quindi, per i sogni ed i valori della vita. Ed è per questo che porgo i migliori auguri di un futuro sempre più ricco di successi e, nello stesso tempo, saluto i lettori sperando che possano ampliare gli spazi da dedicare al piacere di leggere. Grazie da Almax Magazine per la cortesia e la disponibilità.  Con affetto e Stima. [Intervista di: Irene Ceneri]

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