Progetto Almax

15112015

2014 Ottobre - Serie Tv Anni ’80/‘90 - AMORI IMPOSSIBILI A GLEN BROOK

ALMAX MAGAZINE

Ho sempre avuto grandi passioni, sin da bambina. Passioni per le quali impegnavo il Cuore al cento per cento, identificandomi e immedesimandomi in ognuna di esse proprio come fossi io la protagonista del telefilm, film o del libro che stavo seguendo, leggendo. Il mio obiettivo? Vedere oltre al visibile. Ogni opera che ci viene presentata ha un fine ed una morale più o meno nobili. Scoprire quale sia quel fine sicuramente aiuta a capire in ogni sua parte ciò che autori e produttori hanno voluto comunicare. È troppo facile giudicare  senza aver compreso. Così io voglio comprendere. Andare alla ricerca della comunicazione sociale. Vedere realmente cosa si nasconde in quella che sembra ogni più stupida piccolezza. Su carta fotografica, sullo schermo, su pagine profumate di inchiostro, nelle immagini e nelle parole. Negli occhi della gente. In gesti apparentemente fuori luogo. Io voglio capire. Così mi sono fatta un bagaglio culturale non da poco, analizzando dettagliatamente ciò che intraprendevo. Da oggi e per ogni mese a venire, vi parlerò di qualcosa che mi ha colpita e segnata, e che secondo me merita di essere notata anche da chi ancora non la conosce. Riflessioni. Le mie. Apro questo mio vagare con un telefilm, una storia d'amore bellissima. Anzi, più storie bellissime collegate alla vita reale. Un telefilm che sicuramente porta con se bagagli culturali non indifferenti. "Una famiglia come tante" titolo originale "life goes on" è messo in onda nel 1989, un periodo certamente non facile ove parlare e portare sul teleschermo problematiche quali l'HIV e la sindrome di down. Eppure il programma fece successo in tutto il mondo.  La sigla scelta con intelligenza estrema, "obladì obladà" è piuttosto  allegra,  va  a  contrastare  quasi  paradossalmente  la  difficoltosa vita dei protagonisti  della serie. Nella cittadina di Glen Brook, vive una famiglia composta dal padre, Drew (Bill Smitrovich), prima caposquadra di un’impresa edilizia ed in seguito gestore e proprietario di una tavola calda, dalla moglie Libby (Patti LuPone) e dai loro quattro figli: Paige (Tracey Needham), nata dal primo matrimonio di Drew, Corky (Chris Burke), ragazzo affetto da sindrome di down ( attualmente attore e scrittore) e lei, la mia adorata Rebecca (Kellie Martin). Ogni personaggio ha un ruolo fondamentale,caratteristiche studiate alla perfezione. Nulla dei personaggi è lasciato al caso. Corky nonostante la sua malattia, combatte giorno dopo giorno difficoltà come la scuola, i pregiudizi dell'epoca, gli amori che sembrano impossibili per lui. La sorella Paige è la ribelle. Rebecca invece, è la classica ragazza semplice, con la testa sulle spalle, mossa da buon senso ed amore profondi, studia molto a scuola è brava, sembra sia la Classica figlia che non porterà mai problemi, mentre con l'arrivo di Jesse (Chad Lowe), affetto da Hiv, Rebecca perserà completamente la testa, lascerà spazio ad un amore profondo, combatterà una guerra senza pari contro tutto e tutti, anche contro la Morte che purtroppo a fine serie arriverà per il Suo amato. Jesse è un ragazzo affascinante e misterioso, si avvicinerà sempre più alla nostra bella protagonista ma combattuto Cercherà con tutte le sue forze di spaventarla per salvarla da una vita pericolosa è troppo difficile vicino a lui. Puntate ricche di riflessioni. Ricordo un episodio  che ha lasciato  dentro  me qualcosa di forte. Una sera, dopo un veloce ma dolcissimo  bacio  tra "becca" e Jesse, lui decide di portarla nella sua disperazione. Camminano lungo un  binario  in una stazione  merci,  non  c'è nessuno  attorno  a loro,  passa un treno e Jesse  inizia  a gridare  più forte che può, grida la sua rabbia, il suo dolore,  grida a Becca,  le dice che  la ama  ma  che non puó  funzionare. Eppure accade l'impossibile, la loro storia crescerà attimo dopo attimo. Negli anni novanta molti criticarono il  telefilm e  soprattutto  la  coppia  creatasi, non  era facile accettare una cosa simile. Molti altri difesero a spada tratta  gli  argomenti. Forse il telefilm era riuscito  a  smuovere  le  persone  davvero, forse  ci sarà stato davvero qualcuno che interrogandosi su queste importanti problematiche avrà capito, si sarà informato, avrà acculturato  Se stesso e gli altri. Credo  che  un buon programma televisivo debba avere proprio questi  effetti, deve  essere di aiuto alle persone smuovendole da pregiudizi  comuni ed alle volte davvero infondati. Questa serie  tv  è  andata  contro  tutti  e  contro tutti  ha  vinto.  L’episodio conclusivo della serie ci porta a vivere un salto temporale di quattro anni, a vedere i due innamorati sposarsi e vivere felici per un pó.  In  seguito, un ennesimo salto temporale di dieci anni, la ventisettenne ed oramai cresciuta Becca parla con un bambino e gli racconta cosa le sia successo dopo il diploma; Jessy  scappa  in America, ma  dopo quattro anni di esilio torna tra le braccia di sua moglie ove muore lasciando  lei  nella totale disperazione. Non  si  saprà mai  se il bambino  fosse  o  meno di Jesse, ma le ultimissime parole di Becca al bambino non lasciano, in ogni caso, dubbi sul grande amore della ragazza: “Ti voglio bene Jesse”. The joy in life is not in hearing the words  “I Love You“,  but in being lucky enough to say them. Il bambino stesso ha preso il nome dell'uomo che lei ricorderà per sempre. Il finale è struggente ma purtroppo le aspettative di vita all'epoca per chi affetto da AIDS  non  potevano essere  diverse. Ogni  tanto,  peró, da  buona sognatrice romantica,  immagino  che  abbiano  vissuto  una  vita  lunga e felice. Immagino che sia stata trovata una cura definitiva. Immagino  che  quel  figlio sia cresciuto  con il papà  e  la mamma, tra sorrisi e lacrime. Immagino che poi  in vecchiaia, se ne siano andati  assieme, innamorati come non mai, camminando verso un nuovo inizio.  Importantissimo a mio parere ricordare che la decisione di introdurre un personaggio positivo all’HIV fu di Michael Braverman, preoccupato perché tantissimi adolescenti dell’epoca non conoscevano adeguatamente l’AIDS. Nei focus group  condotti durante lo show, il produttore aveva infatti scoperto come i ragazzi avessero idee sbagliate sull’AIDS  e sulle sue modalità  di  trasmissione.  Chiudo  la  mia rubrica  facendo un applauso  a  chi  ha avuto il coraggio di andare contro corrente, ringraziando  per  tutto ciò  che  ho imparato  dalla serie andando poi a curiosare ed a cercare risposte su argomenti che altrimenti forse  non  avrei  neanche considerato. Un saluto, al prossimo mese. Rubrica a cura di Irene Ceneri

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