Progetto Almax

15112015

2014 Ottobre - Delitti nella storia - LA MOGLIE DI ROMAN POLANSKY

ALMAX MAGAZINE

DELITTI NELLA STORIA!

10050 Cielo Drive: quando avere in casa la Famiglia non è così bello:

“La raccapricciante storia dell’omicidio di Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, premio Oscar 2003”

Chi era? Nata a Dallas, il 24 Gennaio 1943, Sharon Tate era una stella nascente di Hollywood. Talmente bella da aver vinto il primo concorso di bellezza all’età di sei mesi, fu costretta a trasferirsi in giro per il mondo sin dall’adolescenza a causa del padre, colonnello dell’esercito statunitense. Ed è proprio qui, nel Bel Paese, che Tate viene notata. E, come detto, non notarla era difficile tanto era bella: nel 1961, Sharon accorse da osservare un set cinematografico in città e fu adocchiata dall’attore Richard Beymer, impegnato nelle riprese di “Le avventure di un giovane” proprio a Verona, che la convinse a partecipare al film come comparsa. Terminata la pellicola, l’attore la spinse ad entrare nel mondo cinematografico. Tornata negli USA l’anno successivo, la giovanissima Sharon contattò proprio Beymer che le trovò piccoli ruoli in televisione e la iniziò nel mondo della pubblicità sui giornali. E’ alla fine del 1965 che ottiene il suo primo lavoro importante: un ruolo centrale in “Cerimonia per un delitto” di J. Lee Thompson. A Londra, durante le riprese, conosce Roman Polanski, il suo futuro marito. Con il regista franco-polacco c’è subito intesa e, soprattutto, c’è la grande opportunità per lei di un connubio tra amore e lavoro. Un’occasione irripetibile. I due rappresentavano una coppia moderna, atipica. Nonostante l’atteggiamento promiscuo e indipendente di Polanski e nonostante la volontà della Tate di avere una relazione più tradizionale, la loro unione avanzava senza intoppi e faceva parlare di sé in tutto il mondo. Oltre a tutto questo, la coppia iniziò a frequentare le personalità più importanti dello spettacolo dell’epoca: dal giovane Steve McQueen a Jane Fonda, passando per vari musicisti, tra i quali spiccava Jim Morrison. Nell’estate 1968, il matrimonio avanzava a gonfie vele e lei stava partecipando alle riprese della “Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm”, in quelle settimana fu addirittura nominata ai Golden Globe come Attrice rivelazione dell’anno per l’interpretazione in “La valle delle bambole”. Quell’anno fu particolarmente sorridente e, sul suo finire, la Tate si scoprì incinta di Polanski. La coppia decise quindi di tornare felicemente negli Stati Uniti, dopo il loro prolungato soggiorno londinese, per poter vivere con serenità l’arrivo della prole. Il 15 Febbraio 1969 misero piede per la prima volta nella villa di Cielo Drive, a Los Angeles, quella che loro definirono “Casa dell’amore”. La sorte, però, ebbe in serbo amare, orrende sorprese per loro. Soprattutto per Sharon. Tristemente ironica una sua dichiarazione concessa, prima di lasciare Londra, ad un giornalista che le chiese se lei credesse nel destino: «Certo. Tutta la mia vita è stata decisa dal destino. Penso che qualcosa di più potente di noi decida i nostri destini per noi. So una cosa, non ho mai pianificato niente di ciò che mi è successo». Chi decise il destino di Sharon Tate era sicuramente potente. Ma anche terribilmente spietato. Chi la uccise? Charles Milles Manson Un tipetto piuttosto interessante, nato il 12 Novembre 1934, da madre prostituta (come ebbe a dire lui stesso) e padre non identificato. Acquisì il cognome da uno dei tanti “spasimanti” materni, tale William Manson.  Continuando la sua vita promiscua e sregolata, mamma Manson finì pure in carcere e fu costretta ad affidare il piccolo Charles – dapprima – ai vicini di casa e – successivamente – ad un istituto per l’infanzia (orfanotrofio) nell’Indiana. Questo accadde nel 1947. Ribelle e indisciplinato, riuscì a fuggire ben presto dall’istituto, iniziando a procurarsi da vivere con furti d’auto e rapine nei negozi. Questi piccoli reati gli costarono mesi di riformatorio, dentro il quale alternava comportamenti esemplari ad atti di ribellione e aggressività: non gli fu concessa inizialmente la libertà condizionata perché sodomizzò un giovane detenuto, minacciandolo con una lama alla gola. Libertà condizionata che giunse a metà del 1954, quando egli tornò a vivere con i parenti nella Virginia dell’Ovest. Là conobbe Rosalie Willis, infermiera con la quale convolò a nozze. Ma le sue delinquere non erano affatto terminate: proseguì con i furti di automobile e il loro trasporto oltre i confini di stato. Catturato nuovamente, con la sua spaventosa abilità oratoria e una spiccata intelligenza (un must dei serial killers), convinse lo psichiatra penitenziario che lo stava esaminando a concedergli la libertà vigilata. Manson si dileguò nel niente approfittando della sua condizione di semilibertà ma venne arrestato nuovamente e condannato a tre anni di detenzione, da scontare nel carcere di Terminal Island. Durante la detenzione, fece conoscenza con criminali di spicco che lo iniziarono nel proficuo mondo della prostituzione, al fine di sfruttare l’acume e la scaltrezza del giovane Charles. Durante un periodo di libertà concessogli dal tribunale, Manson fu nuovamente arrestato per “trasporto di donne da uno stato all’altro per fini di prostituzione”. Questo reato, sommato a quelli già ascritti a suo carico, gli valsero una pena di dieci anni, da scontare nel penitenziario di McNeil Island, nello stato di Washington. Vistosi ancora una volta dietro le sbarre e senza la possibilità di ottenere nuovamente la libertà vigilata e far perdere le sue tracce, Manson iniziò un percorso di formazione personale che gli valse, in seguito, un bagaglio culturale eccezionale. Si gettò a capofitto su testi di esoterismo, psicologia, negromanzia, magia nera, motivazione subliminale ed ipnotismo. Imparò a suonare anche la chitarra e, poco prima di uscire dal carcere, si concesse ossessivamente al mondo della musica e alla composizione di canzoni. Scarcerato nel Marzo 1967 su cauzione, Manson decise che la sua complicata vita avrebbe avuto presto una svolta. Arricchito dalle arti apprese in prigione, sfruttando al massimo la sua incredibile abilità oratoria e il suo carisma e cavalcando sapientemente l’onda hippie che stava travolgendo il mondo intero, si trasformò in un eccentrico compositore di canzoni dagli ideali tanto forti quanto particolari. Raggiunta San Francisco in tempo per la Summer of Love del ’67(il più famoso evento di stampo hippie che, in poche settimane, convogliò migliaia di giovani nella metropoli californiana), raccolse attorno a sé un cospicuo numero di adepti e seguaci, incantati dalle sue fini prediche e dalle sue ideologie rivoluzionarie ed inquietanti. Il gruppo assunse l’affettuoso nome di The Family e sopravviveva grazie alle costanti rapine e ai furti di varia natura. Dedicati appassionatamente all’utilizzo di LSD, alle orge e alle strimpellate a ritmo di chitarra, il gruppo crebbe rapidamente e i suoi affiliati sembravano sempre più morbosamente devoti alla causa e alla persona di Charles Manson. Proprio lui, la guida spirituale della setta, si professava la reincarnazione di Gesù Cristo e Lucifero tornati nello stesso corpo. I suoi valori si distinsero profondamente da quelli classici degli hippies grazie ai connotati razzisti che Manson volle dargli: detestava gli afroamericani e le diverse etnie in generale e profetizzò una guerra etnica tra bianchi e neri. Nel frattempo, divenne sempre più ossessionato dal diventare un musicista di rilievo. Conobbe Dennis Wilson, batterista dei famosi Beach Boys, che lo aiutò, nell’estate del 1968, a presentare alcuni suoi pezzi in uno studio discografico di Los Angeles. La casa produttrice non apprezzò il lavoro di Manson e lo scartò. L’anno successivo, i Beach Boys pubblicarono l’album 20/20 e vi inserirono, seppur leggermente modificata e revisionata, la sua traccia Cease to Exist. Il fallimento musicale e il tradimento dell’ex-amico Wilson furono la cosiddetta goccia che fa traboccare il vaso. La disturbata e brillante psiche di Manson ebbe un tracollo e la sua rabbia verso il sistema sociale statunitense divenne una furia cieca ed omicida. Ed è quest’ultima vicenda della sua vita che ci porta proprio alla nostra storia: 9 Agosto 1969, The Family bussa alle porte di una lussuosa villa di Cielo Drive, in un quartiere residenziale di Los Angeles. Preludio al massacro Manson non assorbì affatto il rifiuto della casa discografica californiana e il capro espiatorio del suo fallimento fu riconosciuto in Terry Meclher, uno dei responsabili conosciuti grazie all’intercessione del traditore Wilson. Deciso ad avere la sua vendetta, Charles identificò la residenza di Melcher: 10050 Cielo Drive. Nelle settimane antecedenti all’agguato, si intrufolò in pieno giorno nell’abitazione e venne a conoscenza del fatto che Melcher non era più il proprietario della residenza. I coniugi Polanski erano i nuovi possessori dell’immobile. Di questo lo informò Shahrokh Hatami, fotografo ed amico della coppia, che lo vide apparire nel cortile durante una sessione di scatti alla Tate. Manson abbandonò quindi l’abitazione ma vi fece ritorno nei giorni successivi, ispezionando anche la parte sul retro, utilizzata come casa per gli ospiti. Non vi trovò Melcher, bensì Rudi Altobelli, un altro dei responsabili della casa discografica di Los Angeles che l’aveva rifiutato. Stranamente, Manson non mostrò particolare risentimento nei confronti dell’italo-americano e lasciò l’abitazione nuovamente, dopo un teso, breve scambio di battute. L’aver visto Altobelli nell’ex-casa di Melcher non convinse Charles che, di lì a poco, avrebbe ordinato alla sua “famiglia” di fare irruzione nella casa di Cielo Drive ed “annientare chiunque vi si trovasse all’interno, nel modo più cruento possibile”. La strage di Cielo Drive Alla notizia dell’arresto di un membro della sua Family, Manson fece scattare l’ordine di rappresaglia contro il sistema. La sera dell’8 Agosto 1969, convocò a sé i suoi adepti più fedeli per l’occasione, un uomo e tre donne: Charles “Tex” Watson, Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e Linda Kasabian. L’obiettivo era proprio quella lussuosa proprietà di Cielo Drive, adesso dimora dei coniugi Polanski, due personaggi internazionali che niente avevano a che fare con la Famiglia o con Manson stesso. La mezzanotte era passata da qualche minuto quando i quattro killers giunsero con un’auto rubata a destinazione. Il primo a passare all’azione fu Watson: adocchiato il giardino deserto della villa di Bel Air, si arrampicò su un palo e tagliò di netto i cavi del telefono, isolando l’abitazione e tutti coloro che erano all’interno. Pochi attimi dopo, tutti e quattro scavalcarono la recinzione e si acquattarono dietro dei curati cespugli. Improvvisamente, due fari apparvero dal vialetto che conduceva alla zona degli ospiti: un’automobile si stava avvicinando e si apprestava ad uscire dalla villa. Watson, colto alla sprovvista dall’arrivo della vettura, aspettò che l’inatteso ospite gli passasse a pochi metri e uscì allo scoperto, intimandogli di fermarsi. Lo sfortunato conducente era Steven Parent, un ragazzo di soli 18 anni. Parent, che aveva bevuto una birra con il guardiano della zona destinata agli ospiti, suo amico, fu minacciato dapprima con un coltello e infine, nonostante la disperazione e la promessa di non far parola con nessuno di quanto visto, ucciso con quattro colpi di pistola calibro 22. Tex Watson, che era stato nominato il capo dell’operazione dallo stesso Manson, ordinò alla Krenwinkel e alla Atkins di spostare l’auto più avanti. Brutalmente neutralizzato l’imprevisto, la Kasabian si posizionò fuori dall’abitazione e fece da palo, Watson si avvicinò ad una finestra e rimosse la zanzariera che non gli permetteva l’accesso per poi entrare finalmente nell’enorme casa e andare ad aprire la porta alla Atkins e alla Krenwinkel, che nel frattempo si erano dirette all’entrata principale. I sussurri di Watson alle due donne svegliarono il primo abitante che dormiva sul divano nel salotto: Wojciech Frykowski, 33enne aspirante sceneggiatore ed amico di Polanski. Accortosi della presenza ravvicinata di Watson, gli chiese chi fosse e cosa ci facesse là, egli replicò: “I’m the devil and I’m here to do the devil’s business” (Sono il diavolo e sono qui per fare le cose da diavolo). Mentre Watson intratteneva il terrorizzato Frykowski, la Atkins andò in cerca degli altri occupanti e tornò, pochi minuti dopo, in compagnia di Sharon Tate, Jay Sebring (amico ed ex-amante della Tate e parrucchiere di fama internazionale) e Abigail Folger (la giovane ragazza di Frykowski). Neanche l’evidentissima gravidanza dell’attrice impietosì il quartetto della Family. La Tate e Sebring furono legati assieme per il collo con una corda che Watson si era portato con sé. Alle lamentele di Sebring per il trattamento così rude di una donna incinta, Tex Watson rispose con un colpo di pistola all’addome del parrucchiere, che fu finito pochi minuti dopo con sette coltellate. Approfittando degli attimi concitati, Frykowski riuscì a slegarsi le mani, che erano state bloccate da un panno, e iniziò una colluttazione con la Atkins, che gli stava facendo da guardia. La criminale riuscì a colpirlo alla coscia col coltello, ma lui riuscì comunque a raggiungere la porta principale e a riversarsi, gridando disperato, sul porticato. Watson lo raggiunse rapidamente e lo colpì decine di volte alla testa col calcio della pistola, così ferocemente da romperlo. Infine, lo accoltellò e gli sparò due volte, lasciando fuori dalla porta, inaspettatamente ancora vivo. La Kasabian, uditi dei “suoni orrendi” dall’interno della villa, si avvicinò e tentò di fermare il massacro gridando alla Atkins che stava arrivando qualcuno. Questo fu l’unico scampolo di pietà dimostrato dai quattro, peraltro ignorato. Mentre Watson rientrava, la Folger si era liberata dalla guardia della Krenwinkel e stava tentando di scappare. Ma l’assassina la raggiunse, l’accoltellò alla schiena e riuscì a gettarla a terra. Sopraggiunse anche Watson a darle manforte: Abigail Folger fu uccisa da 28 coltellate. L’attenzione di Watson fu attirata dai lamenti di Frykowski, in fin di vita, che stava strisciando sul prato in cerca di aiuto. Tex lo raggiunse e lo finì con un’ultima, violenta scarica di coltellate: l’autopsia ne rivelò un totale di 51. L’ultimo omicidio, il più orrendo, fu quello che si serbarono per Sharon Tate.La donna li pregò di risparmiarla almeno per il tempo necessario per mettere al mondo il figlio, ma la Atkins e Watson erano guidati da una furia cieca e sorda: furono 16 i fendenti inferti alla bellissima attrice. L’autopsia sancirà che 5 di essi erano mortali di per sé. Prima di lasciare la casa, la Atkins intinse il panno con cui era stato legato Frykowski nel sangue della Tate e scrisse “PIG” (maiale) sulla porta d’ingresso, dalla quale erano giunti. Poi si dileguarono nel niente. La scena del crimine che le autorità trovarono al loro arrivo fu una delle più raccapriccianti nella storia degli Stati Uniti d’America. Epilogo  Appresa la sconvolgente notizia, tutto il mondo rimase scioccato dall’efferatezza, la crudeltà e la gratuita violenza del massacro di Cielo Drive. Roman Polanski, che ebbe salva la vita per puro caso, si trovava a Londra per la presentazione del suo nuovo lavoro e cadde nella più completa disperazione. La sua produzione si fermò fino al 1971 inoltrato, quando si limitò a portare sugli schermi una mera rivisitazione del Macbeth. Più avanti, dichiarò: <<Ero annichilito dal dolore e dovevo per giunta difendermi. Ero a Londra il giorno del massacro, ma ero il sospettato. Scrissero che c'era stato un rito satanico. La prova era una tavola "Ouija" trovata nella villa. A un certo punto ho chiesto io stesso alla polizia di sottopormi alla macchina della verità>>. L’America era sempre stata abituata alla costante presenza di serial killers senza scrupoli e privi di qualsiasi ragionevole lucidità e coscienza umana. Ma mai, prima di allora, essi si erano spinti così in alto per colpire il “sistema”. Serviranno altri due orrendi omicidi, avvenuti nel giorno successivo alla strage di Cielo Drive, per fermare la Family. Charles Manson, tutt’ora imprigionato e costretto a scontare l’ergastolo (solo l’abolizione della pena di morte in California, nel 1972, lo salvò dalla camera a gas), è stato l’ennesimo figlio di una società non vedente e ignara dei frutti più marci che essa stessa mette al mondo. Ma fu il primo, probabilmente l’unico ad oggi, a diventare una stella prima di uccidere. Manson è stata la vera antitesi del mondo dello spettacolo e di tutta l’ovatta che sembra avvolgerlo: si era fatto strada nei modi più subdoli e meschini, sfruttando una mente eccezionalmente potente per i suoi scopi sinistri e irrazionali. Era poco meno conosciuto della Tate, al momento dell’omicidio, ed oggi la sua fama lo precede. Odiava così tanto le persone di successo e la loro fama che non si accorse di essere già uno di loro, seppur in modo diametralmente opposto. Non a caso, venne subito identificato come l’unico colpevole di quella strage ma lui non mise piede a Cielo Drive, quella sera. Non si sporcò con neanche un goccia di quel fiume di sangue. Se questa non è fama… Rubrica a cura di Marco Voir

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